Pro Helvetia


Carnozet Ménage

La gente preferisce l’hockey

Un porno d’artista può essere proiettato al festival di Locarno? Gli insulti finanziati con soldi privati sono più legittimi di quelli pagati con soldi pubblici? La destra ha sbagliato a occuparsi di mattoni e finanzia piuttosto che di cultura?
Queste e altre questioni sono state al centro del terzo dibattito organizzato nell’ambito del programma di Pro Helvetia «Ménage – Politica e cultura a tavola».
Sul ring allestito nella Biblioteca cantonale di Bellinzona si sono affrontati – con guanti di velluto più che con guantoni da boxe – Chiara Orelli, granconsigliera socialista, per molti anni responsabile dell’edizione italiana del Dizionario storico della Svizzera, e Norman Gobbi, granconsigliere e consigliere nazionale della Lega dei ticinesi, consulente in comunicazione e marketing. Entrambi sono candidati per le elezioni al Consiglio di Stato ticinese, previste per l’aprile del 2011.

Destra e sinistra

L’incontro, moderato dal giornalista Orazio Martinetti, ha offerto l’occasione di confrontare le diverse sensibilità della destra e della sinistra nei confronti della cultura e dei suoi rapporti con la politica. Probabilmente non accadrà molte altre volte, nel corso della campagna elettorale, che si discuta di cultura. Come ha osservato Chiara Orelli, nel dibattito politico ticinese la cultura è piuttosto assente.

Il moderatore ha subito cercato di tastare il polso dei contendenti e di far salire la tensione agonistica, evocando lo scandalo suscitato dalla proiezione al festival del film di Locarno del lungometraggio «L.A. Zombie» di Bruce LaBruce e di altre pellicole con scene esplicite di sesso omosessuale.

Un po’ a sorpresa, Chiara Orelli e Norman Gobbi si sono trovati piuttosto d’accordo, seppur con toni e accenti diversi, nella constatazione che il «territorio» ticinese non è «pronto» a questo genere di proposte culturali. Entrambi si sono anche espressi negativamente sulla possibilità che un’entità politica possa vegliare sulla programmazione di un festival culturale.

Nessuna differenza tra destra e sinistra, dunque? No. Il diavolo, com’è noto, sta nei dettagli. Chiara Orelli ha invitato a non giudicare un film da singoli fotogrammi e ha ricordato che Bruce LaBruce è un autore riconosciuto, per quanto discutibile. Gobbi ha avanzato il dubbio che con la proiezione del film il direttore del festival, Olivier Père, volesse semplicemente far parlare di sé e si è chiesto quale sia il «valore aggiunto» di una simile operazione per il Ticino.

Territorio e valore aggiunto

Il deputato della Lega dei ticinesi ha del resto ripetuto varie volte, durante il dibattito, i concetti di «territorio» e di «valore aggiunto», che appaiono centrali nella sua visione «da destra» della politica culturale. Il dibattito, in questo senso, è stata una buona occasione per sentire quel che ha da dire la destra nazional-conservatrice sul tema.

Secondo Gobbi, la destra avrebbe per troppo tempo tralasciato di occuparsi della cultura, preferendo discutere di questioni «più concrete» e lasciando così il settore in mano alla sinistra. Ora, a suo avviso, la destra dovrebbe riappropriarsi del tema, interpretandolo nel senso di un rafforzamento dell’identità culturale di un territorio.

In sé, l’idea di una maggiore attenzione della destra per i temi culturali dovrebbe rallegrare gli operatori culturali. È pur sempre meglio il tentativo di un approccio diverso piuttosto che un’indifferenza ostile. Anche se l’osservazione di Gobbi che l’hockey «attira molto più pubblico ed è anche cultura» potrebbe fa storcere il naso a molti. Parafrasando un celebre motto evangelico, si potrebbe dire: allo sport quel che è dello sport, alla cultura quel che è della cultura.

Pubblico e privato

Il combattimento retorico ha avuto uno dei momenti di maggior agonismo quando il discorso è caduto sul caso Hirschhorn e sul conseguente taglio al budget di Pro Helvetia da parte del parlamento federale.

Norman Gobbi ha sostanzialmente difeso il voto punitivo del parlamento, chiedendosi se sia legittimo che Pro Helvetia veicoli all’estero l’immagine della Svizzera con uno spettacolo in cui un attore fa l’atto di urinare sul ritratto di un consigliere federale.

Piuttosto che farsi mettere alle corde, Chiara Orelli ha contrattaccato ricordando che la Lega dei ticinesi usa da anni nel suo organo di stampa lo stesso linguaggio volgare e offensivo.

«Ma non lo fa con i soldi pubblici», ha replicato Gobbi, aprendo una questione interessante: gli insulti hanno un valore diverso se sono finanziati con soldi pubblici o privati? La cultura, finché è finanziata dagli enti pubblici, deve essere politicamente corretta?

Andrea Tognina


Schlaglicht auf das Verhältnis von Kultur und Wirtschaft

Im Rahmen der Pro-Helvetia-Initiative «Ménage – Kultur und Politik zu Tisch» haben in La Chaux-de-Fonds Yvette Jaggi, die frühere Lausanner Bürgermeisterin und Pro-Helvetia-Präsidentin, sowie der Unternehmer Marc Bloch, Direktor der lokalen Kaffeerösterei La Semeuse, ein Schlaglicht auf das Verhältnis von Kultur und Wirtschaft geworfen.  Die zweite Debatte im Rahmen des Programmes zeichnete ein differenziertes Bild der bisherigen Aufgabenteilung zwischen öffentlicher Hand und Privaten, offenbarte aber auch die Defizite im gegenwärtigen Diskurs.

Die Aufgabe der öffentlichen Hand sei es bisher gewesen, eine solide Grundversorgung an Kulturproduktion und Distribution zu gewährleisten, meinte Jaggi, private Sponsoren und Mäzene sorgten demgegenüber dafür, dass – auch nach persönlichen Geschmacksvorlieben – einzelne Projekte zwar besser, dafür nicht unbedingt nachhaltig alimentiert würden. Heute beginne sich der Staat aber leider auch immer mehr selber wie ein Sponsor zu gebärden, der einen Nutzen aus der Unterstützung ziehen wolle – etwa in Form von regionaler und nationaler Markenbildung oder Ankurbelung des Tourismus.

Bloch relativierte diese Charakterisierung der Funktionen. Die Privaten achteten durchaus auch auf Nachhaltigkeit ihres Engagements, meinte der Enkel des Gründers des Neuenburger Traditionsunternehmens, das er heute selber leitet, zum Beispiel in der Museums- und Theaterförderung. Direkter Nutzen in Sachen Eigenmarketing müsse für private Förderer nicht immer Voraussetzung sein. Seine eigene Firma unterstütze durchaus auch Projekte, die nur sehr wenig Publikumszuspruch, aber wichtige gesellschaftliche Funktionen hätten, etwa regionale Chöre oder lokale Ausstellungen.

Gesellschaftliche Verantwortung vs. Eigeninteressen
Jaggi schlug deshalb vor, zwischen Mäzenen, die eine allgemeine gesellschaftliche Verantwortung wahrnehmen, und Sponsoren, die den Nutzen einer Unterstützung pragmatisch kalkulierten, zu unterscheiden. Für den Sponsor stünden die Eigeninteressen im Vordergrund, und wenn sie in einem Engagement keine solchen mehr sähen, könnten sie den Geldhahn unverzüglich zudrehen, wie etwa das Beispiel des Verbier Festivals gezeigt habe, dem die Grossbank UBS von einem Tag auf den andern die Gelder entzog. Der Staat hingegen habe die Verpflichtung, ein verlässlicher Partner zu sein.

Bloch räumte ein, dass er als Kulturliebhaber unter den Unternehmern eher die Ausnahme bilde. In der Regel seien seine Kollegen dem Sport näher, oder sie stellten sich auf den Standpunkt, dass sie ja schon viel Steuern bezahlten und so einen Beitrag an die Allgemeinheit leisteten. Steuerbelastungen und andere Kosten seien heute für die Unternehmen so hoch, dass kaum mehr Spielraum für Grosszügigkeit in Sachen Kulturförderung bleibe. Mäzenatentum werde steuerlich nicht belohnt. Zwölf von hundert Schweizer Unternehmen trügen aber trotzdem zum Kulturleben aus eigener Initiative bei.

Überkommene Paradigmen in der Kulturpolitik
Die vom Moderator der Debatte, dem «Le Matin»-Journalisten Ludovic Rocchi, in die Runde geworfene Formel, dass ein Franken Investitionen in die Kultur drei Franken zurückbringe, wurde von Bloch in Frage gestellt. Der Unternehmer misstraut komplexen Konstruktionen zur Umwegrentabilität. Jaggis Argument, dass ein subventioniertes Opernhaus ja auch Aufträge für Zulieferer generiere, konterte er mit dem Hinweis, dass diese ja wiederum aus den Subventionen bezahlt würden. Er sehe einfach nicht, wie sich volkswirtschaftlich aus drei Millionen Subventionen neun Millionen Anteil am Sozialprodukt zaubern liessen.

Die Debatte hat gezeigt, dass die aktuelle Kulturpolitik einem überkommenen Paradigma entstammt, das selber nicht hinterfragt wird. Geprägt ist sie einerseits von einer horizontalen Strukturierung der Interessen, sprich: der föderalistischen Regionalpolitik, andererseits vom Bemühen, die Wirkungen von Kunst und Kultur als eine Art Kollateralnutzen in Form von Umwegrentabilität zu rechtfertigen. Dabei dienen Kunst und Kultur sozusagen als seelische Aufräumer der von Wirtschaft und (Ingenieur-)Wissenschaften verursachten Schäden an Leib, Seele und Umwelt.

Renaissance-Denken gefragt
Die Herausforderungen, vor denen unser Land heute steht, verlangen nach einem neuen Paradigma im Kulturverständnis. Ihr Potential zeigt sich nicht in umstrittenen Nebeneffekten, sondern in den Kompetenzen, die auf dem Weltmarkt konkurrenzfähige Produkte zur Folge haben, und in einer vertikalen Differenzierung, die heute bloss ansatzweise (und halbherzig) in einer Gliederung in freie Kunst, Kulturwirtschaft und Kreativbranche zu finden ist. Gefragt ist aber eine Art Renaissance-Denken, das Wirtschaft, Wissenschaft und Kunst als organische Einheit mit vitalisierenden Innenspannungen sieht. Lire la suite de cette entrée »


Video Debatte Neuenburg

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“Moskau einfach!”

Zwei Kulturereignisse dieser Tage: Die Künstlerin Pipilotti Rist erzählt uns mit ihrem ersten Kinofilm, dass Farben schön sind und man Menstruationsblut trinken kann (wäääh). Und die Schweizer Fussballnati bezwingt die Griechen. Das waren aber nicht die alten Griechen (von denen war ja auch nur Sokrates ein Kicker – allerdings für Brasilien). Die Schönen Künste sind in den letzten Jahrzehnten immer weiblicher geworden, das heisst konsensorientierter, unpolitischer, im Blick die Behaglichkeit der familiären vier Wände oder repräsentative und dekorative Werte. Das Kompetitive, Prahlerische, Hemdsärmlige, Ruppige, das im öffentlichen Raum Zaungäste und Laufkundschaft anlocken könnte, hat einen ungeordneten Rückzug ins Reduit der Mannschaftssportarten angetreten.

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